SOS RICOSTRUZIONE.

SE VUOI AIUTARCI A RICOSTRUIRE LA PARROCCHIA QUESTO E' IL CODICE IBAN DEL C/C INTESTATO A "PARROCCHIA SAN MARCIANO" PRESSO LA BANCA POPOLARE DELL'EMILIA ROMAGNA ag. di città n.10



IT81S0538703612000000183573











venerdì 26 novembre 2010

Tu, neve scendi ancor lenta per dare gioia ad ogni cuor...


E' arrivata la prima neve in città con il suo carico di fascino e di poesia. Forse un po' in anticipo rispetto agli altri anni. Ci si sveglia al mattino sperando nell'ordinanza del sindaco circa la chiusura delle scuole, con la voglia di giocare a palle di neve, di correre ed inseguirsi, di fare un enorme pupazzo tutto bianco e gelido. Devo confessarlo cari amici: io la neve non l'ho mai amata molto. Almeno da quando, negli anni ottanta, il mio viceparroco, don Gianni, ebbe la brillante idea di farci trascorrere un giorno sui monti della Sila, in Calabria. Dal caldo Salento, in un giorno di Gennaio, una cinquantina di ragazzi all'assalto della montagna, con ciò che avevamo di più caldo nel guardaroba. Ma chi poteva prevedere quel freddo terribile. Comunque la giornata passò, tra una salita con la ovovia (?), o meglio con qualcosa di arrunginito che vagamente la ricordava, un continuo slittare del pulman su quei tornanti ghiacciati (ma allora incoscienti ridevamo) e un rotolarsi nella neve gelida. Risultato: 60 gocce di novalgina per vincere il mal di testa e alcuni decimi di febbre. Da allora quando vedo la neve mi si fa notte. I tempi di percorrenza si allungano a dismisura, le automobili scivolano pericolosamente con il rischi di sbattere qualcuno fuori strada o essere sbattuti fuori strada. Le catene sempre troppo complicate da montare, e una volta montate trovarsi su una strada già sgombrata dallo spazzaneve e quindi scendere nuovamente per toglierle. Quel fastidioso effetto ottico che crea la neve a chi guida, come di un imbuto con la punta rivolta verso di te e con la sensazione di finirci dentro con un grande "bloog", quel tipico rumore di quando cerchi di versare l'olio in una bottiglia di vetro e che per scendere ha bisogno di quella improvvisa bolla d'aria con conseguente esondazione tutt'intorno (e pensare che far cadere l'olio porta pure male, sarà credo per il suo prezzo elevato). E poi ancora il dolore alla cervicale, i geloni alle mani, le otiti in agguato, i raffreddori dietro l'angolo, e chi più ne ha più ne metta. No, la neve non mi piace.
Ancora più quest'anno. Vedete nessuno lo dice ma ormai gli aiuti piangono miseria, era nell'ordine delle cose in fondo, se poi pensiamo ai proclami dei politici che a L'Aquila è tutto risolto?! Tutto risolto: che frase magica e ... falsa. Difficile dire questo a chi è costretto a celebrare la messa in tenda con le particole surgelate che ti viene da dire "Prendete e mangiatene tutti, ma con calma perché potreste danneggiare i denti" o se hai dimenticato l'acqua nelle ampolline dal giorno prima, non puoi dire, come la liturgia suggerisce, "L'acqua unita al vino sia il segno..." quanto piuttosto "Il ghiaccio unito al vino..." ma in fondo resta comunque un segno vero perché spesso la nostra vita con Cristo è gelida. O, ancora, ai miei bambini e alle loro catechiste che oggi hanno dovuto fare lezione con 4 gradi, pensate che avevo suggerito di iniziare sempre l'incontro di catechesi con un canto, provate voi a suonare la chitarra con quelle temperature e con la perduta sensibilità dei polpastrelli? "Beh scaldala", potreste suggerire. Volentieri se solo avessimo 20 euro l'ora (tanto gasolio infatti è necessario per rendere più sopportabile quel freddo). Si ci sono stati lasciati i carburatori ma non il carburante. Ma in fondo quello che sto dicendo è ancora poco se penso a quei poveri disgraziati del progetto C.A.S.E. di alcune piastre non molto distanti dalla parrocchia, che hanno tempo 3/4 minuti per fare una doccia appena tiepida perché dopo l'acqua calda va via, improvvisamente. Caldaie sottodimensionate è stata la spiegazione ufficiale, sembra lo si sapesse già dall'anno scorso ma siccome non tutti gli appartamenti erano occupati il problema non era stato avvertito. Ma sapete la cosa assurda? Non c'è nessuno in gradi di porre rimedio. Cerco di spiegare la trafila.
In ogni progetto C.A.S.E. ci sono alcuni numeri di riferimento per i problemi. Ce ne uno anche per la manutenzione degli impianti. Qualcuno ha provato a contattarli ma la risposta è stata che di questo tipo di problemi si occupa un'altra ditta con sede a Vicenza. Una lunga e laboriosa ricerca in internet permette di trovare alcuni recapiti di questa ditta la quale apre una segnalazione guasti ma alla seconda telefonata, visto il persistere del problema, dice che il lavoro compete ad una terza ditta con sede a L'Aquila (smile, finalmente). Ulteriore telefonata alla ditta dietro l'angolo e sorpresa: "da agosto non facciamo più questo tipo di interventi, anzi stiamo smantellando le nostre attrezzature".
E pensate che per contratto nessuno è autorizzato a mettere mano su quegli impianti.
Come potrò far cantare a natale: Tu, neve scendi ancor lenta per dare gioia ad ogni cuor.
Come prete mi salvo pensando che già duemiladieci anni fa il mio Signore ha sentito freddo e quindi sono in buona compagnia.

domenica 7 novembre 2010

Dio non è il dio dei morti ma dei viventi (pensieri crepuscolari 1)

A parziale scusante per questa mia lunga latitanza dal blog posso dire che, tra la fine di settembre ed il mese di ottobre, ho percorso circa 6000 km. Ogni chilometro è stato pieno di incontri, volti, sorrisi. L'incontro con la comunità parrocchiale di Torno (Co), con il suo parroco il mitico don Alberto. Un paese sulle rive del lago di Como, benedetto da Dio per la sua incantevole posizione ma soprattutto per il carico di umanità dei suoi abitanti. Un paese dove si festeggia la Madonna del melograno (o della melograna). Ma una comunità che custodisce una preziosa reliquia: uno dei chiodi della croce di Gesù. Don Alberto, nella sua sapienza pastorale, ha deciso di prendere sul serio questa presenza, questo dono della provvidenza, ed ogni anno propone alla comunità un cammino che procede con il passo di uno dei dolori del mondo. E' nata così l'idea della Croce dei dolori del mondo. Quest'anno il loro cammino, la loro preghiera e la loro concreta generosità si sono rivolti a L'Aquila, ed in particolare ai bisogni delle persone che vivono la mia vita, che incontro nel mio ministero. Il frutto della loro generosità mi permette di rispondere ai bisogni di chi bussa alla porta della chiesa, mi permette di rispondere ai bisogni di quella parte del popolo di Dio che vive il tempo della croce. Chi vive a L'Aquila sa come questa croce prende sembianze diverse, non sempre evidenti ma sempre tragiche. Ho potuto così piantare un chiodo su questa Croce dei dolori del mondo, un chiodo che ha il peso di tutte le ferite dei cuori terremotati. Un chiodo che ha dato un senso nuovo al nostro dolore ed un respiro più grande alla preghiera di quella comunità cristiana. Ecco allora che ha ragione Gesù quando ci ricorda che il nostro Dio è il Dio dei viventi e non dei morti. Noi che spesso abbiamo ridotto Dio ad una succursale delle pompe funebri, a colui che prolunga nel tempo i nostri lutti, siamo chiamati ad accorgerci che è la vita, la gioia, la condivisione, la danza, la risurrezione, l'esito ultimo della nostra fede, l'unico contenuto che ha il valore dell'eternità. Mi sono sentito piccolo di fronte a quella croce ed anche di fronte a quel gesto. Chi ero io per lasciare un segno eterno su questa Croce dei dolori del mondo? Il mio in fondo è un piccolo dolore. Ma in quel momento le mie mani avevano la forza dei miei giovani parrocchiani della casa dello studente, dei familiari dell'amico Cora, della signora Spagnoli che ha perduto figlio e nipote, di Luigina, della farmacista mia vicina di casa, di quel giovane all'angolo di via san Marciano e via del Seminario, di tutte le 308 vittime del sisma e di tutte quelle migliaia di vittime in vita che porteranno, indelebili, le ferite del lutto e a volte anche della disperazione. Nei miei occhi passavano veloci i volti di quella notte e di tutte le notti. Tutto questo lì conficcato su quella croce, un unico dolore, quello dell'uomo e quello di Dio. Un unico mistero al quale nemmeno Gesù ha preteso di dare risposta, ma lo ha semplicemente vissuto permettendo a ciascuno di non essere solo con il suo dolore. Grazie amici di Torno per avermi ricordato che solo in questa grande comunione, esito della croce di Cristo, è possibile una autentica liberazione dalla nostra solitudine e dal quel dolore che taglia la vita alla sua radice.

lunedì 27 settembre 2010

Il mercato dei rifiuti.

E' solo una parabola quella che ci narra la fine ingloriosa del ricco epulone, ma non per questo ci lascia tranquilli. Gesù, quando voleva far capire le cose importanti, spesso ricorreva alle parabole in modo da coinvolgere esistenzialmente ogni suo ascoltatore. Di fronte alle parabole ognuno è chiamato a riconoscersi in uno dei protagonisti. Non c'è parabola in cui non sia presente io nel momento che vivo. Non il mio io immaginario ed ideale, ma l'io concreto di questo momento. Per questo non c'è parabola che non sia un giudizio sulla mia vita.
Certo leggendo le cronache di questi giorni non si può certo dire che sia cambiata la gestione dei rifiuti. Nel vangelo erano negate le briciole, oggi quelle stesse briciole, tutto ciò che è rifiuto ed avanzi delle tavole degli epuloni dei nostri tempi, sono oggetto di speculazioni. Anche questi atteggiamenti sono giudicati dal vangelo. Nemmeno la gestione dei rifiuti è fuori dalla nostra fede e di questo dovrebbero accorgersene soprattutto gli amministratori locali, sempre pronti a passeggiare in fascia tricolare dietro le statue dei nostri santi e a presenziare in prima fila alle messe solenni. Ma non possiamo scaricare la colpa sempre sugli altri. Ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte. Senza scadere in moralismi sterili o in fioretti impossibili. Il vero peccato non è la ricchezza, se giustamente conquistata, il vero peccato è l'indifferenza verso chi è seduto alla soglia della mia vita e che, con il suo stesso esserci, mendica la mia presenza. Non sempre ci verrà chiesto denaro, anzi quasi mai, non sempre ci verràò chiesto pane, anzi quasi mai. Spesso ci vengono chieste le briciole di una nostra attenzione, di un nostro sguardo, di un nostro sorriso, di un consiglio, le briciole della nostra stima. Una amicizia capace di dare speranza o di sostenerla o anche solo ti tenerla desta. Il vero peccato è questo nostro passare accanto e non voler guardare. Il vero peccato è quando le nostre briciole diventano più importanti dei nostri fratelli.

lunedì 30 agosto 2010

Mi sa che l'asino non era blu!


"...lo sai che il povero parla forte, è una delle sue caratteristiche, una costante storica e
geografica, parla forte da sempre e nel mondo intero, parla tanto più forte in quanto è
circondato da poveri... Il povero ha pareti sottili..."

Non so dire se la contestazione, nel corso del corteo della perdonanza, messa in atto dal
popolo delle carriole, sia stata fuori luogo, come molti hanno detto. Ognuno ha diritto di
contestare e lo fa proprio nei momenti in cui questa può essere sentita forte, può essere
notata. Quello che secondo me emerge è lo stacco, ormai profondo, tra il popolo e la classe
politica, locale e nazionale. Una classe politica chiusa sempre più in una
autoreferenzialità, incapace di ascoltare il grido del povero. Una classe politica lontana
dai reali bisogni e sentimenti della gente, che pensa di risolvere i problemi aumentando a
dismisura decreti e decretini, nominando ulteriori commissari e vicecommissari, in una
macchina burocratica ormai in panne, incapace di risposte vere, concrete, possibili. Molti hanno detto: "non oggi, non durante la pardonanza".
Perché?
Ogni giorno ci sono motivi per rimandare il grido del povero. Lo fanno anche gli apostoli, cercando di mettere al riparo Gesù da tutti gli urlatori inopportuni. Lui però mai ha detto: "Non oggi, non qui".
Lui ha ascoltato ogni grido, a tutti ha dato una risposta, con Gesù il grido di dolore diventava
inno di speranza. "Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto" lo rimprovera la
sorella di Lazzaro, Lui legge, in questo sfogo, il desiderio di vita e di bene e risponde e
risuscita. Noi invece soffochiamo, mettiamo a tacere, usiamo lo forze dell'ordine affinché
nulla possa turbare lo svolgimento di un programma bell'è fatto. Nell'editoriale di un locale tg si metteva in evidenza come coloro che avevano manifestato,
rivendicando per se la Perdonanza, poi non si erano visti in basilica, per vivere pienamante ed
in verità l'essenza della festa. Vorrei chiedere quanti di quelli che hanno sfilato nel
corteo storico, quanti politici ed amministratori, quanti rappresentanti della cosa
pubblica, sempre in prima fila nel palco delle autorità, hanno poi messo piede in basilica
ed hanno vissuto in verità quello che avevano folkloristicamente annunciato nel corteo? Ma
mi rendo conto che così facendo mettiamo dei poveri peccatori contro altri poveri peccatori.
Lasciamo a Dio il giudizio su chi ha attraversato quella porta con tutto il proprio cuore e
su chi invece l'ha attraversata per puro dovere istituzionale. Ad colui che, commentando la messa di chiusura, evidenziava l'esiguità numerica di coloro
che avevano osato manifestare contro i rappresentanti della politica, vorrei dire che Dio ha
una numerazione diversa. Per Dio il singolo, l'uno, è tutto il mondo. Non siamo massa, siamo
invece persone, ognuno pensato da sempre, amato da sempre e per sempre. L'io di ognuno di
noi è unico davanti a Lui. Almeno noi preti amiamo la matematica di Dio e non quella del
mondo.Ma ciò che più mi ha fatto male è una notizia che nessun giornale riporterà mai, e che io ho saputo tramite la testimonianza di un volontario presente alla scena. Il rifiuto, da parte
della scorta di un politico presente alla manifestazione, di far posto al passaggio di un
ambulanza impegnata in una operazione di soccorso. Ecco purtroppo che prende corpo la mia
domanda retorica, fatta alcuni giorni in un altro post di questo blog: "Ma l'asino di
Celestino V era blu?". Forse no visto che anche quest'anno la sua presenza non ha avuto una
corsia preferenziale ma è servita da corteo ai presunti grandi del nostro tempo. E pensare
che proprio il vangelo di oggi ci raccomandava di cambiare la priorità alle nostre
importanze.
La porta santa di Collemaggio è stata chiusa, ora, sì, posso augurare a tutti gli amici del
blog: Buona Perdonanza a tutti, perchè ora inizia la possibilità di vivere quella novità di
vita che san Pietro Celestino ha voluto donare ad ogni uomo, anche ad un solo uomo.

mercoledì 25 agosto 2010

Ma l'asino di Celestino V era blu?

Siamo nei giorni della Perdonanza. Come sempre assenze e presenze suscitano un vespaio di polemiche, spesso sterili e da salotto. In questo clima, poco religioso, si è inserito mons. Molinari con la sua lettera a Celestino, forse estremo tentativo di riportare il dibattito nel suo alveo naturale, che è quello della spiritualità e della misericordia di Dio. Ma come sempre, quando i mezzi di informazione percepiscono la bomba nascosta tra le righe, distorcono la realtà a proprio piacimento, ed usano tutto per dimostrare un loro pre-giudizio, una loro verità. Credo che le parole dell'arcivescovo non siano esenti da questo tentativo. Io personalmente ho apprezzato l'intervento, misurato, di mons. Molinari. Mi permetto solo di porre io alcune domande a San Pietro Celestino, forse più eretiche di quelle a Lui poste dall'arcivescovo. Anzitutto vorrei chiedere a Celestino V:
come è stato il suo ritorno a L'Aquila?
Se nel suo forzato pellegrinaggio per le diocesi dell'Abruzzo e del Molise ha mai sentito nostalgia per il silenzio della sua basilica?
Che tipo di fede ha trovato nelle nostre chiese?
Quale sarà la sua relazione al Padreterno dopo questa visita pastorale?
Essendo stato papa avrebbe suggerimenti da fare all'attuale pontificato?
Condivide le scelte della santa sede sulle nomine episcopali della nostra regione ecclesistica? Anch'egli avrebbe nominato i pastori che ha incontrato?
Allo stato attuale avrebbe donato la Perdonanza alla città e alla municipalità dell'Aquila?
Queste domande riguardano prettamente la vita della chiesa. Ma come uomo che ha avuto a che fare anche con il potere temporale (politico per intenderci), forse potrebbe rispondere anche ad altre domande, quali:
- lui che ha usato un umile asino per farsi incoronare pontefice cosa pensa dello spreco di auto blu e di scorte che vedremo nei prossimi giorni, quando non ci sono soldi per garantire la sopravvivenza dignitosa e serena dei terremotati negli alberghi;
- lui che è stato "usato" dall'imperatore per porre fine alla lotta interna alla chiesa, cosa pensa degli attuali imperatori che invece lo usano, ed usano di Cristo, per attizzare lotte intraecclesiali e giustificare soprusi e baronie, che sposano all'occorrenza presunti valori cattolici e che vivono poi, nella prassi da perfetti pagani (non che questo sia sbagliato, ognuno vive come vuole, ma poi ne tiri le conseguenze);
- lui che, dopo pochi mesi, decide di dimettersi, cosa pensa di sederi così saldamente attaccatti alle poltrone del potere che nemmeno un terribile terremoto riesce a smuovere;
- lui che, in pieno medioevo, riesce a cosruire una magnifica basilica di luce cosa pensa dell'impresa post moderna che invece costruisce angoli di penombra e di buio, piazze di solitudine e templi di disperazione, che lascia morire una città per l'incapacità di pensare un futuro a lunga scadenza e la pochezza di fantasia nell'immediato presente;
- lui, povero tra i poveri, che spreca i suoi soldi e quelli dei templari (a detta di alcuni) per la costruzione di Collemaggio, cosa ne pensa della dottrina, ormai consolidata, almeno qui a L'Aquila, seconda la quale le chiese devono essere l'ultima cosa da ricostruire, se mai ci saranno soldi, tempo e forze necessarie;
- cosa ne pensa di un cristianesimo divenuto hobby, tra una uscita di caccia, un pranzo domenicale negli agriturismi e un tresette la sera con gli amici nella tenda/chiesa;
- lui, costretto alla prigione dorata da Bonifacio VIII, cosa ne pensa degli avvisi di garanzia e degli avvisati del post sisma;
- ed infine vorrei chiedergli: se lo avessero lasciato libero di scegliere, e non lo avessero costretto in un preziosa teca dorata, sarebbe tornato a L'Aquila?
Forse Celestino V, nel tempo risponderà alle mie inopportune domande, o forse no perché in fondo chi sono io per porre simili domande? Perché mai dovrei sentirmi in dovere di ricevere delle risposte? In nome di cosa pretendere il soddisfacimento delle mie perplessità?
Ecco forse la lezione di quest'anno che mi viene da san Pietro Celestino: un po' di umiltà non guasta mai.

martedì 10 agosto 2010

Oggi non si è parlato d'altro, tg, giornali, sms, mail tutti a ricordare che stiamo per vivere la magnifica notte di san Lorenzo. Notte di desideri inespressi e inconfessabili, notte di nasi all'insù, vissute al buio delle periferie affincé le luci artificiali delle città non possano smorzare l'evento tanto atteso. Come ogni anno due cose mi colpiscono:
- in realtà saranno le notti successive a veder comparire il più grande sciame stellare (che strano usare la parola sciame per parlare di un evento non distruttivo);
- in realtà la notte di san Lorenzo è già passata. Se infatti la notte di natale è quella che va dal 24 al 25 dicembre, la notte di capodanno è quella che va dal 31 dicembre al 1 gennaio, la notte della befana è quella tra il 5 e il 6 gennaio... allora la notte di san Lorenzo è quella che va dal 9 al 10 di agosto.
Siamo così poco adusi alla speranza che non sappiamo nemmeno quando è il tempo giusto per desiderare (che bella questa parola oggi, ha in se la radice di stella), per alzare lo sguardo al cielo in attesa di una risposta. Ma forse questa notte ha un altro scopo. Forse la scia di luce che il nostro sguardo riuscirà a catturare ci farà capire come tutto si riduce ad un attimo, come l'attimo è l'unica cosa che veramente ci appartiene. Il passato non è più, il futuro non è ancora: tutto è legato ad un attimo affimero, tutto si gioca in un attimo. Un attimo che, se luminoso, potrà accendere la domanda e la speranza.
Adolescente ho avuto la fortuna di incontrare molti personaggi importanti, uno di questi, fondatore di una comunità di recupero per tossicodipendendi, mi ha lasciato una frase ed una verità che ancora oggi mi ripeto e che stanotte lascio a voi che leggete il blog: "Se vuoi tracciare dritto il solco della tua vita attacca il tuo carro ad una stella".
Quelle stelle cadenti mi piace immaginarle non tanto come le lacrime di san Lorenzo ma le scintille che, dopo aver trapassato il suo corpo ed essere volate verso il cielo, ricadono sulla terra piene di un nuovo significato.
Lorenzo, diacono fatto fuoco, accenda in noi il desiderio di illuminare la notte.