SOS RICOSTRUZIONE.

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domenica 25 dicembre 2011

Di nuovo Natale o un nuovo Natale?

Dopo averci a lungo avvisati della tua venuta, dopo l’invito ad essere desti, svegli, attenti ai segni ecco che ci chiami ancora una volta nel cuore della notte. La voce del tuo angelo ci ha raggiunti anche quest’anno e noi abbiamo lasciato le nostre greggi, i nostri interessi, il nostro lavoro, le nostre quotidiane occupazione per correre verso la mangiatoia dove tu, bambino, offri a noi, adulti, il vero volto di Dio. Un Dio sconvolgente, diverso da come ce lo saremmo aspettato. Un Dio che ama al di là di ogni ragionevole limite, un Dio che recupera chi è ritenuto irrimediabilmente perduto. A volte sai Gesù, il tuo Dio mi da fastidio, questo Dio che tutti ama, che tutti attende, che a tutti si offre. A volte sarebbe meglio un po’ più di fermezza… ma poi mi guardo e scopro che se così non fosse quale speranza potrebbe esserci per me? Quando scopro la mia poca capacità d’amare, quando mi scopro pastore solitario nelle lunghe notti in cui non sono che guardiano di bestie, Tu sei la sorgente dell’amore. Quando non attendo più nulla e le mie giornate diventano monotone e scontate, e mi scopro pastore sedentario chiuso nella conta delle mie cose, Tu mi indichi una nuova meta e metti dentro di me nostalgie di novità. Quando scopro il mio egoismo, pastore che non condivide il desco perché chissà se poi domani ci sarà qualcosa o qualcuno per me, tu mi dici che un volto amico è meglio di una pancia piena. Donaci di capire che la nostra crisi economica non è diversa da quella che hai vissuto tu. Facci capire che non possiamo chiuderci in noi stessi soltanto perché lo spread va verso l’alto. Donaci di capire che il vero spread che dobbiamo combattere è la distanza tra la manifestazione di un bisogno e il tentativo di risposta ad esso. Se la benzina aumenta ed un pieno ci costa troppo allora forse è giunto il momento di finirla con questo vagabondaggio, con questa perenne fuga da noi stessi verso luoghi sempre diversi ed estranei, e condividere una bella passeggiata a piedi con l’amico del cuore, un caffè con il nostro vicino, una partita a carte con i nostri anziani. Momenti semplici di condivisione ma in grado di far nascere un nuovo modo di stare insieme. Se la casa è gravata dall’IMU, dal mutuo, dalla ricostruzione allora facci ricordare di chi una casa non ce l’ha più, e allora, pur a denti stretti, nascerà un ringraziamento alla vita e al destino e il nostro quartiere non sarà più l’insieme di villette dalle alte siepi protettive ma luoghi aperti all’accoglienza e alla condivisione. Ed infine facci capire che non è vero che a Natale si può fare di più e a Natale si può dare di più perché Natale non è un momento privilegiato dell’anno ma è uno stile di vita. Natale non è un giorno ma ogni giorno è Natale se solo siamo aperti alla voce del tuo angelo che continua ripetere: Non temere, ti annuncio una grande gioia… E noi, pronti sempre a partire e cercarTi e trovarTi, Tu il Dio di sempre eppure perennemente nuovo.
Amen

lunedì 14 novembre 2011

Più cuore in quelle mani...

Dal Vangelo secondo Matteo:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Il grande rischio, quando si cerca di commentare brani della Scrittura così noti, è quello di cadere nella banalità, nel già detto. Personalmente quando leggo un passo del vangelo cerco di rendermi presente all’evento o di rendere presente l’evento alla mia realtà. Proprio in questo tentativo la mia memoria mi ha fatto un bel regalo, una canzone che bene descrive cosa accade alla persona che non si sente valorizzata, a cui non si da fiducia. Vi prego di ascoltarla, se ne avete occasione, si tratta del brano “Sei bellissima” di Loredana Bertè. «… e poi mi diceva sempre non vali che un po' più di niente io mi vestivo di ricordi per affrontare il presente…». Viviamo in un mondo dove continuamente ci viene detto che non valiamo nulla. I nostri giovani girano depressi in cerca di un loro futuro e di una loro identità; a livello politico le nostre voci restano inascoltate, basta guardare alla nostra piccola realtà aquilana e alla fatica disumana per tentare di ottenere una dilazione della tasse; a livello economico i giochi veri sono fatti da multinazionali e banche lontane, inaccessibili; il commercio ci bombarda continuamente con messaggi subdoli che tentano di fondare la nostra identità sull’avere e sull’apparire. Tutto cospira contro di noi e veramente siamo tentati di sotterrare quell’unico talento che sentiamo esser nostro, quel talento che, da possibilità data, diventa rischio. Questa la vera vittoria del potere, questa è la sconfitta definitiva del Regno in noi: quando inizia ad abitare dentro la certezza che valiamo poco più di niente. Quando la paura diventa il criterio con cui facciamo le cose allora l’esito è il fallimento. Eppure Cristo continua a dire alla nostra vita, attraverso il dono dei talenti, “Sei bellissima”, hai ancora e di nuovo la possibilità di realizzarti, non devi fare altro che mettere in gioco ciò che hai, mettere in circolo la voglia di essere e di intensamente vivere. O, come diceva san Camillo de Lellis: “Più cuore in quelle mani”. Sì: meno calcolo e più cuore.

domenica 30 ottobre 2011

Fai quel che il prete dice…?

Dal Vangelo secondo Matteo (23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».


Religione è sempre una parola ambigua, pericolosa. Trova la sua radice nel verbo legare, anche questo affascinante e pericoloso. Legare infatti vuol dire imprigionare, privare della libertà, costringere. Si lega un animale pericoloso, si lega, attraverso le manette, un uomo violento. Si legano la coscienza e la vita, purtroppo, anche con l’uso o forse l’abuso, di precetti e dogmi. Un rischio sempre presente non solo all’interno del mondo ebraico ma anche all’interno delle nostre chiese e delle nostre comunità. Si lega un uomo quando gli si antepone la norma, la morale, il “dover fare” prima dell’”essere”. Ma legare vuol dire anche stringere rapporti, dice la nascita di empatie ed amori. L’amato si lega all’amata perché è la sua possibilità di vita piena. Il Figlio si lega alla madre e al padre per una naturale dipendenza in grado di spalancarlo alla piena libertà. Un uomo si lega ad un posto perché lì vivono i suoi ricordi, il suo passato, il suo presente ed il suo futuro. Pavese scriveva: «Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti», e A. de Saint Exupéry nel suo capolavoro “Il piccolo principe” fa dire alla volpe che «addomesticare vuol dire creare dei legami». Le parole hanno una loro vita, non solo dicono la realtà ma a volte la creano, sbagliare parola vuol dire spesso creare o compromettere per sempre un rapporto. Ricordo nella mia adolescenza un’esperienza di ricerca vocazionale fatta presso un ordine religioso. Ci proposero di trascorrere alcuni giorni in un famoso noviziato d’Italia e appena arrivati ci presentarono il “padre maestro”. Accidenti, in un solo uomo la tradizione religiosa aveva unito tutto ciò che Gesù sconsigliava. Mi chiesi e forse chiesi come mai questa palese indifferenza alla Parola del Vangelo, non ricordo la risposta, segno questo che mi fa intuire come fosse stata evasiva e poco convincente. È necessario tornare continuamente alla sorgente della nostra fede, a Gesù, unico volto del Mistero, creare legami con Lui che non “guarda in faccia a nessuno” (cfr Mt 22,15 ss ) non perché sia indifferente ma solo perché preferisce guardare il cuore dell’uomo ed il suo bisogno, che mai può essere colmato da una nostra religiosità, da un nostro impegno moralistico. Gesù oggi mette in guardia la sua chiesa proprio da questa ambiguità: non vuole religiosi che dimentichino l’uomo ma fratelli capaci di condividere, di portare i pesi gli uni degli altri, di farsi servi gli uni degli altri. Solo così la nostra religione, sempre tentata dal misurare il rapporto con Dio dalla larghezza dei filattèri, dalla lunghezza delle frange, dal barocchismo dei titoli, farà il salto di qualità, approdando a quella fede capace di guardare al cuore dell’uomo ed allargarne gli orizzonti per gustare l’Infinito tra le pieghe della ferialità.

giovedì 20 ottobre 2011

Quando la morale diventa perbenismo...

Stiamo assistendo ad una campagna mediatica che cerca di screditare l'opera e la presenza della chiesa. Questo a tutti i livelli, quindi anche a livello diocesano. Prendendo a pretesto una tentata truffa, nella quale i nostri vescovi sono parte offesa (e con loro l'intera chiesa cha va dal metropolita all'ultimo battezzato di Poggio Cancelli), si getta il sospetto su tutto e su tutti. E si scopre che i primi a girare le spalle come al solito sono i cortigiani, siano essi politici, affaristi, ecclesiatici, tecnici e quant'altro. In questo marasma generale c'è una cosa che non capisco ed una che non accetto.
Non capisco come si possa esultare per questa tentata truffa ai danni della fondazione guidata dai nostri vescovi. Invece di prendercela con chi ha messo in piedi questo tentativo ce la prendiamo con chi, all'oscuro di trame e intrighi di potere, cercava di orientare verso progetti qualificati e qualificanti il lavoro e le risorse disponibili. Non sono i nostri vescovi ad aver perso progetti personali ma tutti noi, tutto il territorio del cratere, che si vede ancora una volta depauperato della speranza. Tentando di prendere in giro i vescovi si è tentato di prendere in giro l'intera chiesa dell'Aquila e l'intero territorio. E questo invece di farci fare corpo unico contro il malaffare che cosa produce? Ulteriori divisioni tra noi, gente perbene. Tutti dentro al Colosseo, bestie feroci a scannarci ed azzannarci gli uni gli altri per far godere l'imperatore (qualche copia in più di quotidiano venduto in edicola e piccoli trafiletti su facebook) Mi sembra proprio un bel paradosso. E forse con questo intervento anch'io scendo a far parte dello spettacolo. Questo è ciò che non capisco.
Ma c'è un aspetto che non accetto. E' quando il criterio di giudizio di noi cristiani (e soprattutto preti e quindi delle nostre comunità che nel bene e nel male ci seguono ancora) diventa il luogo comune, ciò che pensa la maggioranza, e non Gesù Cristo. Ve lo immaginate Cristo che chiede le dimissioni a Pietro perchè si è fatto infinocchiare nel cortile del tempio da una servetta qualsiasi? "Ora Pietro prenditi le tue responsabilità e decidi di conseguenza" non sono parole che Cristo ha usato. "Mi ami tu?" su questa domanda dobbiamo mettere alla prova anzitutto noi, le nostre scelte, le nostre comunità e, perché no, i nostri vescovi. Finchè un vescovo, con la vita, risponde "si" a questa domanda, ogni nostra dietrologia politically correct non ha spazi di anarchica libertà. E la mia non è una visione medievale dell'autorità, nè clericalsimo malato di vescovite, chi mi conosce sa la mia allergia a queste forme. No, è solo un tentativo di usare la ragione secondo un fattore che la trascende: Guardare tutto con gli occhi di Dio.

domenica 16 ottobre 2011



+ Dal Vangelo secondo Matteo 22,15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Sono molteplici i motivi che possono spingere l’uomo a tentare l’incontro con Cristo. Alcuni nascono dall’esigenza di capire se veramente quell’uomo di Nazareth risponde alle mie più profonde domande, alla mia domanda di senso, di bellezza, di verità, di giustizia. L’uomo, che è vero con se stesso, non può non fare i conti con la grande pretesa di Gesù, quella di essere Dio e per questo l’unico in grado di rispondere esaustivamente alla mia umanità. Ma c’è anche la possibilità di approcciare Gesù con un pregiudizio ideologico, volendo dimostrare a tutti i costi che lui non è che uno dei tanti, uno che dice solo parole da salotto, incapace di intercettare e commuovere l’esistenza. La politica ha sempre un suo perché in questa strategia. Nel brano del vangelo di oggi farisei ed erodiani, due gruppi che si odiavano ed escludevano a vicenda, si coalizzano. Hanno finalmente un nemico in comune e nulla unisce più di una coalizione contro qualcuno. Scaltramente usano l’argomento politico-economico. Che cosa c’è infatti di più sensibile all’uomo di tutti i tempi se non le tasse da pagare e una politica da adulare per cercare di trarne il massimo vantaggio? Ed ecco la domanda trappola: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Loro sanno che qualunque risposta avesse dato Gesù lo avrebbe messo in cattiva luce. Se avesse difeso il tributo il popolo non lo avrebbe capito, se avesse difeso l’evasione il potere non gliela avrebbe fatta passare liscia. Ecco finalmente i nemici hanno vinto su di Lui, già nella domanda pregustano la vittoria. Gesù riporta invece il discorso ad un livello di molto superiore. È Lui ora a chiedere: A chi appartenete? A chi appartiene l’oggetto che mi state mostrando? Emerge da parte di Gesù una visione altra ed alta dell’uomo, della politica, della economia. Ed al contempo emerge da parte dei suoi interlocutori l’ottusità dei propri orizzonti. Loro, che volevano liberarsi dello strapotere romano, in realtà si faranno suoi servi e firmeranno questa loro decisione quando urleranno davanti a Pilato: Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare (cfr Gv 19). Gesù non invita l’uomo ad una latitanza politica, non invita chi lo ascolta ad una sottomissione acritica alla finanza. Si fa politica, si fa economia, si costruisce una nuova socialità tenendo ben presente il punto essenziale: Tu a chi appartieni? In colui che riconosce di appartenere non al Cesare di turno ma al Padre che dà a tutti la vita ed il respiro ad ogni cosa (At 17,25b) accade ciò che Baglioni dice in un suo testo: Ora che ho te amo l'altra gente (da Ora che ho te nell’album Strada facendo). Allora il problema non è più se sia giusto o meno pagare il tributo ma il vero problema è quello di riconoscere ad ogni cosa la sua giusta appartenenza. Tu uomo a chi appartieni? A chi voti la tua vita, il tuo lavoro, la tua intelligenza, la tua passione, la tua speranza? Ecco la grandezza del brano evangelico di oggi. Non una schizofrenia tra fede e vita, tra impegno ed ascesi, tra Dio, io e mondo. Ma un’opera, una azione, una decisone, che nascano dalla consapevolezza della mia origine e del mio fine, e quindi dalla consapevolezza dell’origine e del fine di ogni uomo.

mercoledì 12 ottobre 2011

La parola del vescovo ci basta. A lui la nostra solidarietà.

«Da diversi giorni prosegue la tempesta mediatica aquilana che mi vede indirettamente coinvolto pur essendo parte offesa, se i fatti saranno appurati nella loro verità. Quello che avevo da dire l'ho comunicato alla gente in Piazza Duomo e poi ai sacerdoti. Se oggi riprendo la parola è solo perché nell'odierna edizione del Centro, e nelle locandine, si attribuisce al sottoscritto una espressione volgare che mai mi sono permesso di pronunciare, avendo un rigetto fisico per tutto ciò che sa di triviale e di volgare. Del resto viene riferita da altri e non percepita dalla mia bocca: notizia questa di non poco conto.
Sin qui la mia precisazione; mi sia permesso ora aggiungere qualche ulteriore riflessione.Vorrei ringraziare i sacerdoti e la gente che continuamente mi esprime vicinanza e solidarietà in questo momento non facile e al quale non sono abituato, pur essendo uomo di comunicazione. Più di qualcuno mi manifesta il timore che questi attacchi siano rivolti alla mia persona nel tentativo di stancarmi e di portarmi ad abbandonare il campo. Io voglio pensare che così non sia. Ad ogni modo a tutti vorrei dire che quando si nutre la consapevolezza di aver compiuto il proprio dovere, occorre essere pronti a soffrire ma non a cedere, nella certezza che tutto rientra in un piano di salvezza e che Iddio sa trarre il bene anche dal male. Chi mi conosce sa che ogni giorno lavoro, al di là di quello che possa apparire da notizie frammentarie e talora imprecise, non per intrallazzare affari, ma con l'unico scopo di stare accanto alla gente e di aiutare e tutelare i deboli e i poveri come san Luigi Orione mi ha insegnato. Ma per amare concretamente bisogna essere disposti anche a rischiare di persona. Se poi sia incappato in cattivi compagni di viaggio e non abbia avuto la capacità di riconoscerli subito, questo dispiace certamente, e costituisce un invito concreto a maggiore prudenza. Questa lezione l'ho ben appresa, e mi servirà per l'avvenire.
Infine un'altra riflessione ancor più maturata nella preghiera di questi giorni. La ricostruzione più necessaria non è quella materiale delle case e delle chiese distrutte dal sisma, bensì quella umana, sociale e spirituale. So che la principale preoccupazione non dovrà essere ricostruire le mura e gli edifici sacri, ma ricostruire la speranza, la coesione e la fiducia nelle comunità. Del resto questo è il principale compito di ogni Pastore. Questa ricostruzione spirituale è già del resto iniziata e si va intensificando in questo tempo, partendo da Gesù realmente presente nel mistero eucaristico e da Maria, nostra celeste madre. Ad esempio, la piccola chiesa di Cansatessa, primo dono degli alpini del Trentito alla nostra città terremotata, è da più di un anno ormai centro di adorazione eucaristica perpetua. E' nel silenzio di questo luogo di ascolto e di meditazione che arde e si propaga la fiamma indistruttibile dell'amore divino, unica sorgente di speranza per dare vita a un mondo rinnovato. Sono certo che con il tempo incendierà di amore divino la città e sarà l'alba di un giorno nuovo. Per questo prego e tutto offro a Dio».

Al vescovo Giovanni tutto l'affetto e la solidarietà della parrocchia dei Santi Marciano e Nicandro in L'Aquila. Siamo certi che lui in questa vicenda è parte offesa. Preghiamo affinché possa continuare con immutato entusiasmo il suo impegno a favore di noi tutti e delle nostre comunità.

domenica 25 settembre 2011

Il grande sorpasso.

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Chi non rimane spiazzato di fronte a questa pagina del vangelo? Come si fa ad accettare una logica del genere? Eppure mai come in questa pagina Gesù parla in maniera chiara, tanto da rendere difficile il compito dell'omelia. Non c'è nulla da spiegare, non si avvertono passaggi esegetici difficili. Allora forse è più immediato il rimando alla vita. Dicevo stamattina alla mia comunità che il fatto di essere insieme, riuniti in assemblea, è il segno evidente che questa voce ci raggiunge ancora, invitandoci a lavorare nella vigna. Gesù, da buon conoscitore del profondo, sa che ognuno di noi è come costituito da due dimensioni: l'istinto e la ragione. Tutte e due le dimensioni sono un dono di Dio, nessuna delle due va censurata. Non sempre l'istinto è qualcosa di negativo e la ragione positiva, e viceversa. Tutto sta a come queste dimensioni costitutive dell'essere sono utilizzate. I due figli rispondono istintivamente al padre, è la risposta più naturale ma non la più umana. Tutti e due si accorgono di questo e decidono, nella propria libertà, una linea da seguire. La vigna altro non è che il Regno, cioè un popolo che avendo incontrato Cristo, si lascia abbracciare da Lui. Lavorare nella vigna allora vuol dire, in ultima analisi, lavorare per se stessi, lavorare per quel luogo che costituisce il mio spazio vitale. Lavorando in obbedienza al Padre in realtà costruiamo giorno per giorno un luogo bello per noi. La vigna ha bisogno di un lavoro feriale, paziente e costante. Non ha bisogno di gente che chiacchera su cosa sarebbe meglio fare, ma di persone disposte a potare, legare, coprire, vendemmiare, vigilare affinché grandinate improvvise e gelo, non danneggino il raccolto. Ognuno importante ed insostituibile nel suo ruolo. Ecco allora la prima domanda che fa emergere questo vangelo: cosa faccio io concretamente per questa vigna? Cosa sono disposto a mettere in gioco per la sua crescita? Aiuto questa crescita giorno per giorno, nella ferialità di un impegno spesso discreto ed invisibile ai più? Ho come l'impressione che, almeno nella nostra realtà ecclesiale, molti sedicenti cristiani pretendono i frutti del raccolto come se fossero dovuti per legge, senza impegnare la propria libertà in questo lavoro. Basta vedere quale è l'approccio della maggioranza ai sacramenti: io voglio sposarmi in chiesa e tu comunità mi devi dare ciò che chiedo. Il dono è diventato pretesa, la religione civile ha sostituito il cammino di fede. Circa l'affermazione di Gesù sulle prostitute e i pubblicani, che nel Regno dei Cieli riusciranno nel grande sorpasso sui sacerdoti e anziani del popolo, è grande il richiamo del papa nell'omelia di oggi in Germania, che ha affermato: "Tradotta nel linguaggio del nostro tempo, l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei nostri peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede". Ecco individuata la radice del problema: un cuore toccato o meno dalla fede. Il resto è commento, vana chiacchera da parrucchiera o da salotto televisivo ( scusate ma ho come sottofondo canale cinque che da una buona mezz'ora parla di Marin, Pellegrino e Magnini e che ora propone uno stupido oroscopo circa questo amore andato a farsi benedire).