SOS RICOSTRUZIONE.

SE VUOI AIUTARCI A RICOSTRUIRE LA PARROCCHIA QUESTO E' IL CODICE IBAN DEL C/C INTESTATO A "PARROCCHIA SAN MARCIANO" PRESSO LA BANCA POPOLARE DELL'EMILIA ROMAGNA ag. di città n.10



IT81S0538703612000000183573











lunedì 20 giugno 2011



Non ho trovato una immagine della Trinità che mi convincesse, opto per questa, anche se non corrisponde pienamente a ciò che sento. Mi piace di questa icona il senso di spazialità che crea, dice di come la Trinità non è tanto un Mistero da capire ma un evento da vivere. Noi figli del post-illuminismo, del post razionalismo, del post-modernismo e di tanti altri post siamo ormai incapaci di realtà. Tutto ridotto ad idea circa, tutto ridotto a salotto culturale, tutto ficcato nella nostra piccola mente. E invece la Trinità non si lascia ridurre ad idea, seppur bella ma sempre astratta. La Trinità è l'evento del rapporto di Dio che si comunica. La Trinità è il luogo vitale del mio esserci e dell'essere del mondo. Rende bene l'apostolo Paolo nel brano della 2° lettera ai Corinti, che la liturgia propone come seconda lettura per la festa della Trinità.
"Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi."
La Trinità è continuare nel tempo e nello spazio, nel mio tempo e nel mio spazio, l'esperienza intima di Dio. Essere nella gioia in un mondo triste e depresso, portare il sorriso di Dio là dove spesso i denti sono usati per mordere ed azzannare. Tendere alla perfezione, che non è un'idea astratta di santità irragiungibile ma sviluppo pieno delle mie potenzialità di uomo, in un mondo che gioca al ribasso, che riduce gli orizzonti, vivere la Trinità vuol dire desiderare di volare alto. Fatevi coraggio... che bello... fatevi coraggio. Mentre tutto ci dice: frega il prossimo, sorpassalo, byapassalo, uso lo sgambetto, denigralo. No. La Trinità vuol dire farsi coraggio. Basta guardare alle icone evangeliche dell'annuncio della nascita di Gesù e a quella della sua passione per capire cosa vuol dire farsi coraggio alla luce dell'esperienza trinitaria. Abbiate gli stessi sentimenti, no al menefreghismo, no ad una realizzazione solispsistica ma comunione di sentimenti, soffrire con chi è nel pianto, gioire con chi è nella gioia, perchè in famiglia funziona così per natura, tutto trasfigurato dalla preghiera di chi riconosce che ogni sentimento ha in Dio il suo alveo naturale. Vivete in pace... anzitutto con noi stessi, facciamo pace con noi stessi, noi che siamo sempre alla ricerca di un altrove per star meglio, facciamo pace con noi stessi, con le nostre fragilità, con i nostri drammi, con le nostre paure, con il nostro passato, con il nostro presente e con il nostro futuro, facciamo pace con i nostri peccati che altro non sono l'occasione di vivere la redenzione. E pacificati con noi stessi saremo in pace con chi ci circonda. Vivete in pace...
Tutto questo permetterà di scoprire che il Dio dell’amore e della pace è compagnia alla mia esistenza. Ed ecco capita la Trinità, come quando, dopo aver letto infiniti libri sull'amore finalmente incontro colui o colei che fa vibrare il mio cuore ed abita i miei desideri.
Non un dogma da credere ma una sfida per vivere.

venerdì 17 giugno 2011

Una sottile linea rossa... e non zona rossa.

Ve lo ricordate?
Siamo a san Marciano e questo è il nostro tabernacolo, il luogo che conserva il pane eucaristico. Forse perché ci avviciniamo alla festa del Corpus Domini, forse per quell'inconscio collettivo che ci abita, forse solo per una coincidenza o meglio, come dice il mio amico Gabriele, per una Dioincidenza, sono incappato in questa foto che, insieme e poche altre, si è miracolosamente salvata nella piccola card della fotocamera, recuperata tra le macerie.
Ed il primo sentimento ovviamente è la nostalgia, "canaglia che ti prende proprio quando non vuoi" (Al Bano docet).
E giù a pensare: come erano belli quei tempi..., come si stava bene..., come era bella la nostra chiesa..., quanti progetti per e in essa... e bla bla bla...
Ma poi in fondo cosa veramente conta? La foglia oro di cui era ricoperto il nostro tabernacolo o gli occhi di chi a Lui guardava per dire semplicemente i contenuti del cuore: le ansie, le attese, i dubbi, le gioie e i dolori, il cammino, la sosta, o nulla, semplicemente dirGli nulla, stare in silenzio, assaporare un attimo di pace (noo, ... troppo clericale), un attimo di tregua; fermate il mondo.
Cari fratelli cristiani della comunità di san Marciano è vero siamo ancora dispersi per tutto il territorio, è difficle vedersi, il tempo intiepidisce i rapporti ma in Lui e davanti a Lui non c'è distanza che tenga. E' il Signore il luogo della nostra comunione.
Ed infine mi vengono alla mente le parole che san Francesco scrive nella sua lettera a tutto l'Ordine: "Grande miseria sarebbe, e miseranda meschinità se, avendo Lui cosi presente, vi curaste di qualunque altra cosa che esista in tutto il mondo".
P.S. E sempre per quelle felici Dioincidenze solo ora mi accorgo che oggi è la festa patronale della nostra parrocchia.

lunedì 13 giugno 2011

Divieto di accesso




Ieri, al ridotto del teatro comunale, è stato presentato uno strano libro. Strano e bello. Un libro sul terremoto a L'Aquila... Un altro?!? Noooooo!








E invece ne è valsa proprio la pena. Anzitutto per gli autori.


Un libro corale, scritto a più mani da un piccolo gruppo scout, fatto di giovanissimi studenti e due maestri un po' più grandicelli, almeno d'età, ma l'emozione malcelata tradiva una latente sindrome da peter pan. La voce narrante stavolta non era quella dei terremotati ma quella dei volonatari. Gli occhi e lo sguardo non di chi non ha vissuto il dramma in diretta ma nella differita della disperazione e del non senso dei giorni immediatamente post-sisma, forse per questo più liberi ed obiettivi.


Un libro che aiuta noi terremotati a capire quali sentimenti emergevano nel dramma in corso, quali domande ci abitavano, quali desideri avevamo nel cuore. Posizione questa che il tempo sta rendendo seconda, presi ormai da una svogliatezza che tutto appanna e rende nebuloso.


Viviamo tra macerie a cui non facciamo più caso come se questo fosse la normalità.


Ci muoviamo tra strade deserte diventate orizzonte definitivo. E quando queste si animano è solo per il godimento di un attimo che può prendere nome di fiera di san Massimo (con il suo carico di shopping compulsivo) o di vasche tra i locali del centro (spesso in preda ai fumi dell'alcool, a rischio rissa, per sfogare ciò che lo sguardo e il cuore non possono sopportare).


Il volontariato è finito.


La politica ha illuso (almeno i più) e deluso (tutti indistintamente).


La chiesa sta tornando pian piano nelle sacrestie, seppur spesso virtuali per mancanza di strutture vere.


L'Aquila non aiuta le vendite e quindi i media non ne parlano. (Pensare che Bruno Vespa, aquilano doc, non ha ancora dedicato una puntata del suo programma al secondo anniversario del terremoto, mentre ne ha dedicate parecchie alle varie diete e al dramma. ormai incipiente, della prova costume).


E questi ragazzi, incoscienti, decidono di investire ancora su L'Aquila e sulla memoria. Credono in un progetto, sognano di poter ancora aiutare.


Quanto abbiamo ancora da imparare.


E a tutti gli amici che passeranno da questo post un invito. Incoraggiate il sogno di questi sette pazzi di utopia e comprate il loro libro.


Che è un gran bel libro.













venerdì 10 giugno 2011

Amarcord




Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,
sole che batte sul campo di pallone
e terra e polvere che tira vento e poi magari piove.
Nino cammina che sembra un uomo,
con le scarpette di gomma dura,
dodici anni e il cuore pieno di paura.
Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio,
dall'altruismo e dalla fantasia.
E chissà quanti ne hai visti
e quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
e adesso ridono dentro a un bar,
e sono innamorati da dieci anni
con una donna che non hanno amato mai.
Chissà quanti ne hai veduti,
chissà quanti ne vedrai.
Nino capì fin dal primo momento,
l'allenatore sembrava contento
e allora mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell'area,
tirò senza guardare ed il portiere lo fece passare.
Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio,
dall'altruismo e dalla fantasia.
Il ragazzo si farà,
anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette.